Industria marchigiana, tra fragilità e rilancio: la sfida si gioca su innovazione, competenze e crescita dimensionale
L’industria marchigiana continua a muoversi su un crinale sottile, sospesa tra le difficoltà di uno scenario internazionale sempre più instabile e la capacità di adattamento che da sempre caratterizza il tessuto produttivo regionale. È questo il quadro che emerge dal Rapporto sull’economia marchigiana 2025 e dall’indagine sulle prospettive dell’industria per il secondo semestre del 2026, realizzati da Confindustria Marche in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Un’analisi che racconta un sistema economico ancora fragile, ma tutt’altro che fermo, nel quale imprese e imprenditori stanno progressivamente cambiando approccio agli investimenti e alla competitività.
Il 2025 si è chiuso con una lieve flessione della produzione industriale (-0,3%), un risultato comunque migliore rispetto alle contrazioni registrate nei due anni precedenti. A pesare sono soprattutto le difficoltà del sistema moda, comparto simbolo dell’economia marchigiana, mentre altri settori, come la meccanica, l’alimentare e il legno-arredo, mostrano una maggiore capacità di tenuta e alcuni segnali di recupero. Anche sul fronte occupazionale il quadro appare positivo: gli occupati aumentano di circa 7 mila unità rispetto al 2024 (+1,1%), trainati principalmente dal lavoro dipendente nell’industria, mentre il tasso di disoccupazione resta al 5,1%, inferiore alla media nazionale. Rimane tuttavia una criticità non trascurabile: cresce il numero di persone in cerca di occupazione ad alta qualificazione, evidenziando il persistente disallineamento tra domanda e offerta di competenze.
Secondo il presidente di Confindustria Marche, Roberto Cardinali, la regione dispone ancora di un sistema produttivo resiliente, ma la competitività futura dipenderà dalla capacità di accelerare gli investimenti, favorire la crescita dimensionale delle imprese e valorizzare il capitale umano, sfruttando appieno le opportunità offerte dall’innovazione tecnologica e dall’intelligenza artificiale. Un messaggio che attraversa l’intero Rapporto: la semplice capacità di investire non basta più. A fare la differenza sarà la qualità degli investimenti e la loro integrazione con organizzazione, competenze e strategia aziendale.
Un sistema produttivo che cambia volto
Uno degli elementi più interessanti evidenziati dal Rapporto riguarda l’evoluzione strutturale dell’industria marchigiana. Negli ultimi anni è diminuito il numero delle imprese esportatrici, ma la presenza complessiva della regione sui mercati internazionali è rimasta sostanzialmente stabile. Il fenomeno suggerisce un progressivo consolidamento delle aziende più competitive, capaci di aumentare dimensione ed efficienza compensando l’uscita dai mercati esteri delle realtà più fragili. Allo stesso tempo, però, procede con lentezza la trasformazione verso produzioni a maggiore contenuto tecnologico e di conoscenza, uno degli elementi sui quali si giocherà la competitività dei prossimi anni.
Anche gli investimenti mostrano un rallentamento. Dopo anni di crescita, nel 2025 si registra una lieve flessione (-0,4%), che interessa soprattutto le imprese più piccole e quelle maggiormente orientate all’export. Tuttavia, cambia la natura stessa degli investimenti: le aziende destinano sempre più risorse alla digitalizzazione, all’automazione dei processi, all’efficienza energetica e al rafforzamento della produttività, piuttosto che all’espansione della capacità produttiva. È un cambio di paradigma che riflette la consapevolezza di dover competere soprattutto sulla qualità e sull’innovazione.
Più fiducia, ma resta la prudenza
A fotografare lo stato d’animo degli imprenditori è l’indagine condotta nella prima metà di luglio 2026 su un campione di 736 imprese marchigiane. Il quadro resta improntato alla prudenza, ma emergono segnali di progressivo consolidamento delle aspettative.
Per il secondo semestre del 2026 il 21% delle imprese prevede un miglioramento della produzione, mentre il 23,7% si attende una diminuzione. Il saldo resta quindi negativo, ma migliora sensibilmente rispetto alle precedenti rilevazioni, passando da -5,9 a -2,7 punti percentuali. Ancora più significativo è l’aumento delle imprese che prevedono un’attività stabile, ormai oltre la metà del campione, mentre diminuisce la quota di chi dichiara di non riuscire ancora a formulare una previsione. Più che una vera ripresa, dunque, il sistema produttivo sembra entrare in una fase di stabilizzazione dopo anni caratterizzati da forte volatilità.
Un moderato miglioramento interessa anche gli investimenti e il mercato interno, mentre le prospettive sull’export rimangono sostanzialmente ferme, riflettendo la persistente debolezza della domanda internazionale. I saldi tra imprese ottimiste e pessimiste restano comunque in territorio negativo, confermando come il clima generale sia ancora caratterizzato da cautela.
Le nuove preoccupazioni delle imprese
Se negli ultimi anni il principale problema era rappresentato dall’esplosione dei costi energetici e dalle difficoltà di approvvigionamento, oggi il baricentro delle preoccupazioni si è spostato.
Secondo l’indagine, quasi sette imprese su dieci (68,7%) ritengono che lo scenario politico ed economico internazionale rappresenterà il principale fattore di rischio per la competitività nei prossimi mesi. Seguono le criticità legate alle materie prime e agli approvvigionamenti (51,2%) e, solo successivamente, i costi dell’energia, indicati come fattore negativo dal 44,1% delle imprese. Il dato evidenzia un cambiamento importante: le aziende percepiscono oggi come più pericolosa l’incertezza dei mercati, alimentata dalle tensioni geopolitiche, dalla debolezza della domanda e dalle difficoltà del commercio internazionale, rispetto ai costi diretti della produzione.
Le risposte aperte raccolte nell’indagine confermano questa lettura. Tra le criticità maggiormente richiamate dagli imprenditori figurano il rallentamento dei consumi, la contrazione degli ordinativi, la crisi del sistema moda, la difficoltà nel reperire personale qualificato e il crescente costo del lavoro, oltre all’incertezza normativa e agli effetti delle tensioni commerciali internazionali.
Le differenze tra settori e dimensioni aziendali
L’analisi evidenzia inoltre come la situazione non sia uniforme all’interno del sistema produttivo regionale.
Le prospettive migliori riguardano il comparto alimentare, i computer e l’elettronica, il commercio e distribuzione e i servizi alle imprese, mentre continuano a registrare le maggiori difficoltà le pelli e calzature, il legno e mobile, la carta e stampa e parte del comparto moda. La meccanica conferma una buona capacità di tenuta, ma è anche tra i settori che avvertono maggiormente l’impatto delle tensioni geopolitiche e dell’incertezza internazionale, proprio per la forte esposizione ai mercati esteri.
Anche la dimensione aziendale continua a fare la differenza. Le grandi imprese, con oltre 250 addetti, mostrano la maggiore capacità di affrontare la fase congiunturale grazie a una più elevata diversificazione dei mercati e a strutture organizzative più solide. Le aziende tra 20 e 49 dipendenti risultano invece le più esposte ai fattori di rischio, mentre le microimprese continuano a presentare le aspettative più negative sull’andamento della produzione.
Competenze, sostenibilità e intelligenza artificiale
Il Rapporto dedica ampio spazio anche ai fattori che determineranno la competitività futura dell’industria marchigiana.
Le competenze green risultano ormai diffuse nel sistema produttivo regionale. Il 96,1% dei profili analizzati possiede almeno una competenza legata alla sostenibilità e quasi l’80% ne possiede almeno due, con livelli medi superiori alla media nazionale. Tuttavia permane la necessità di rafforzare la diffusione di queste competenze e di ridurre i divari ancora presenti tra imprese e settori.
Parallelamente cresce anche la diffusione delle pratiche ESG. Due imprese su tre dichiarano di adottarle, anche se solo una su tre lo fa in maniera realmente strutturata. Il Rapporto evidenzia come molte aziende realizzino già iniziative riconducibili ai criteri ambientali, sociali e di governance senza però considerarle parte di una strategia organica: un fenomeno definito “sostenibilità inconsapevole”, che rappresenta al tempo stesso una criticità e un’opportunità di crescita.
Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale. L’adozione della tecnologia è in crescita, ma nelle Marche viene ancora utilizzata prevalentemente per migliorare l’efficienza dei processi esistenti. Solo il 32,5% delle imprese che investono in AI modifica significativamente il proprio modello di business, una quota inferiore alla media nazionale. Secondo il Rapporto, i benefici economici maggiori si ottengono quando l’intelligenza artificiale viene integrata in una più ampia strategia di trasformazione aziendale, capace di ripensare prodotti, organizzazione e modelli di ricavo.
La sfida della competitività
Le conclusioni del Rapporto convergono su un punto preciso: l’industria marchigiana ha dimostrato di possedere una significativa capacità di adattamento, ma il contesto competitivo è profondamente cambiato. La disponibilità di capitale, energia o materie prime non è più sufficiente a garantire la crescita. Diventano decisive la capacità di innovare, di sviluppare competenze, di integrare le nuove tecnologie nei processi produttivi e di aumentare la dimensione media delle imprese.
Anche il sistema bancario guarda in questa direzione. Intesa Sanpaolo ricorda di aver erogato nel 2025 circa un miliardo di euro di finanziamenti a medio-lungo termine alle imprese marchigiane e altri 550 milioni nel primo semestre del 2026, con strumenti sempre più orientati a sostenere innovazione, internazionalizzazione e finanza straordinaria per le PMI.
Il messaggio che emerge dall’intera analisi è chiaro: le Marche non si trovano davanti a una crisi irreversibile, ma a un passaggio delicato nel quale la competitività dipenderà dalla capacità delle imprese di evolversi. Le prospettive restano prudenti e il contesto internazionale continua a pesare sulle decisioni degli imprenditori. Tuttavia, i segnali di stabilizzazione delle aspettative, la tenuta del mercato del lavoro e la crescente attenzione verso innovazione, sostenibilità e intelligenza artificiale indicano che il sistema produttivo regionale dispone ancora delle risorse necessarie per affrontare la nuova fase dell’economia globale, a condizione che riesca a trasformare questi investimenti in una crescita strutturale della produttività e del valore aggiunto.




